Articoli, pubblicazioni e riflessioni

"Collegare corpo e mente per non sbagliare"

da "Il Resto del Carlino", 22/06/2013

Dalla rivoluzione cibernetica all'attualità della pratica clinica

da "Quaderni di Maieutica N. 2 -3", 2003-2004, Ed. ISCRA e Istituto Terapia Familiare di Firenze

  

                                                         Caminante, son tus huellas 

                                                          El camino, nada màs;

  caminante, non hay camino,

                                                          se hace camino al andar.

                                                         Al andar se hace el camino

                                                        Y al volver la vista atràs

                                                    Se ve la senda que nunca

                                                        Se ha volver a pisar.

                                                      Caminante, no hay camino,

                                              sino estelas en la mar.

 

A.    Machado

                                                                                                                                                                                      

 

Antonio Machado Viandante, sono le tue orme / il sentiero, niente di più; / viandante, non c’è un sentiero, / il sentiero si fa con l’andare. / Con l’andare si fa il sentiero / e nel volgersi indietro / si vede il sentiero che mai / si tornerà a calcare. / Viandante, non c’è sentiero / ma solo scie nel mare.

 

 

 

Il tema di questo lavoro impone che si ripercorra l’”avventura cibernetica”, ciò che rappresenta, per dirla con Bateson, “il più grosso boccone che l’umanità abbia staccato dall’albero della conoscenza negli ultimi duemila anni”. Il nostro discorso partirà così dagli anni Cinquanta, periodo in cui, parallelamente agli sviluppi del nuovo pensiero organicistico, che cominciava a parlare dell’essere umano come di un’entità organizzata, autoregolativa e aperta, scienziati appartenenti all’ambito tecnologico – e in particolare matematici e ingegneri- cominciarono un’analoga riflessione sull’organizzazione dell’essere vivente.

 

 

 [Parlare di cibernetica ci impone di parlare di Heinz Von Foester, vediamo perchè]

 

Heinz Von Foerster  ha compiuto seri studi di fisica e ha subito a lungo il fascino della relazione osservatore/osservato. Sollecitato da Victor Frankl, neuropsichiatra nonché suo caro amico, ha pubblicato una teoria della memoria fisiologica basata sulla meccanica quantistica, intitolata Das Gedachtnis: Eine quantenphysikalische Unterschung, che uscì nel 1948. Nel febbraio 1949 viene invitato negli Stati Uniti da parenti e amici; a Chicago viene presentato a Warren Mc Culloch a cui espone la sua teoria sulla memoria, che lo invita a presentare le sue ricerche a una serie di incontri, le Macy Conferences –il nome deriva dalla fondazione tirocinante- che dal 1946 costituivano uno dei più grandi avvenimenti del secolo.

 

Questo giudizio deriva dal fatto che le Macy Conferences videro riuniti in un solo luogo i maggiori ricercatori di psicologia, antropologia e biologia del momento, insieme a importanti ingeneri e matematici, dando vita così a un raro, grandioso incontro. I partecipanti erano divisi fondamentalmente in due gruppi: il primo, riunito attorno alle figure dei matematici Norbert Wiener e John Von Neumann –l’uomo che diede inizio alla costruzione dei primi minicomputer, che progettò il primo grande computer e che risolse il problema fondamentale per la catena di reazioni nucleari- raccoglieva esponenti delle discipline scientifiche; il secondo, radunato attorno agli antropologi Gregory Bateson e Margaret Mead, riuniva studiosi di discipline umanistiche: fin da subito ci si impegnò per superare quella divisione accademica, in uno “sforzo interdisciplinare eccezionalmente riuscito avvenuto in un’area precisa, concentrata principalmente intorno al MIT e a Princeton” (Varela, 1986). Il tema di questo incontro nasceva da un importante contributo che alcuni dei partecipanti avevano pubblicato qualche anno prima: si trattava dell’articolo di Rosenblueth, Wiener e Bigelow intitolato Behavior, purpose and teleology, in cui veniva presentato, sulla scia degli studi di Cannon, un modello che comprendesse dispositivi tecnici e aspetti del comportamento umano. La grande novità di questo contributo risiedeva nella riabilitazione del concetto di teleologia nel discorso scientifico, tanto più che tale riabilitazione avveniva all’interno della cornice comportamentista, la stessa che aveva esiliato questo concetto considerandolo non scientifico. In poche parole, la grande intuizione fu quella di sostituire alla relazione causa-effetto della black box comportamentista una casualità circolare che integrava il modello S-R con un feed back, in modo che l’effetto dello stimolo –la risposta- potesse retroagire sul sistema in entrata, come nuovo stimolo. Uno degli esempi più facili è quello del timoniere: quando la barca devia dalla rotta prestabilita, il timoniere agisce spostando il timone in modo da mandarla dalla parte opposta rispetto alla deviazione. Nel caso che quetsa manovra sia spinta fino al punto di oltrepassare la manovra corretta, per mezzo di retroazioni continue, le oscillazioni rispetto alla traiettoria esatta diminuiranno e la barca troverà la giusta rotta. Questo esempio è talmente indicativo che spinse Wiener a creare il nome per la nuova disciplina, usufruendo appunto del termine “timoniere” (in greco: kybernetes), da cui il neologismo cibernetica. Nel 1949, allora, Von Foerster approda alle Macy Conferences, presentando un incontro dal titolo “Meccanismi circolari e retroattivi nelle strutture biologiche e sociali”. Il pubblico era composto da circa 24 persone, perché l’incontro era destinato essenzialmente a persone che volevano discutere fra di loro, e fra queste c’erano Warren Mc Culloch, Gregory Bateson, Julian Bigelow, Margaret Mead, Arturo Rosenblueth, Norbert Wiener, Claude Shannon –autore di Information Theory  and Communication Theory- e John von Neumann. Dopo aver  tenuto il suo intervento, von Foerster viene nominato curatore degli atti delle Macy Conferences, per cui lavorò sugli interventi di Gregory Bateson, di Margaret Mead, di John von Neumann, ecc. A fine incontro, von Foerster, sapendo che Wiener aveva pubblicato il suo libro sulla cibernetica, propone di utilizzare il titolo di Cibernetica per gli atti dell’incontro, idea che venne approvata da tutti. Dopo aver studiato nel 1956 con Mc Culloch a Boston e con Rosenblueth a Città del Messico per immergersi completamente nel campo della neurofisiologia, fonda il Biological Computer Laboratory (BCL) presso l’Università dell’Illinois a Urbana-Champaign, soprattutto per lo “studio dei principi di calcolo negli organismi viventi” (von Foerster, 1964); il programma fondamentale di studio in questo laboratorio divenne l’idea della computazione biologica, il modo in cui gli organismi viventi computano le proprie realtà. Partendo da questo problema l’attività del laboratorio giunse a interessarsi di logica, di matematica e di tutti gli aspetti sperimentali delle questioni cognitive. Von Foerster fa la conoscenza di Humberto Maturana nel 1962, ad Amsterdam, e lo invita immediatamente a lavorare al BCL, dove Maturana lavora per un anno. Negli stessi anni fra i collaboratori del BCL vi furono il cibernetico Ross Ashby e Gottard Gunther, filosofo tedesco che ha sviluppato un tipo di logica estremamente affascinante, che ha chiamato place value logic, una logica del giudizio di valore. Sin dalla sua fondazione il BCL è stato il più importante terminal per i cibernetici; in esso hanno lavorato stabilmente, fra gli altri, Logfren, Pask e Varela. Dall’intreccio di ricerche logiche e neurofisiologiche del BCL sono emerse due importanti questioni teoriche, che rivestono anche un’importanza filosofica.

 

La prima questione suona un po’ in questo modo: si deve considerare l’osservatore come facente parte del sistema che egli osserva, oppure bisogna considerarlo come esterno a esso? Secondo la filosofia e l’epistemologia ortodosse, la seconda risposta è quella giusta. Quando parliamo di fisica, di astronomia, di cosmologia nessuno si cura della persona che sta seduta dietro il telescopio, benchè anch’egli faccia parte dell’universo, e si decida di tenerlo fuori. Se invece si vuole sviluppare una teoria della biologia o di campi affini, bisogna muoversi verso una nuova epistemologia che includa l’osservatore entro quel mondo in cui si trova. Questo è uno dei motivi per cui questa nuova epistemologia abbia tanto successo presso i terapisti della famiglia, in quanto chiunque, nel processo di terapia familiare, entri a far parte del sistema familiare diventa con ciò stesso un elemento di quel sistema ed è soltanto il suo intervenire che consente di produrre un cambiamento nelle relazioni fra i membri della famiglia. La seconda questione riguarda invece i concetti che si applicano a se stessi, e che solitamente vengono rifiutati perché generatori di paradossi. Se la teoria dei tipi logici di Whitehead e Russell –poi ampiamente rivista e accettata dagli stessi autori solo come soluzione provvisoria- costituiva una sorta di ingiunzione normativa contro il paradosso dell’autoriferimento, Godel dimostrò formalmente che in una teoria matematica coerenza e completezza non sono mai possibili, provando per la prima volta che non c’è alcun modo di liberarsi dall’autoriferimento insito in ogni sistema formale di pensiero.

 

 

La seconda cibernetica, facendosi carico di questa premessa, ne consentirà il recupero attraverso la radicale messa in discussione dell’idea di oggettività.

 

Il problema diventa allora quello di evitare i paradossi collegando il problema dell’autoreferenza proprio con la situazione in cui l’osservatore viene incluso nel sistema che osserva, quindi si tratta di elaborare un campo di nozioni autologiche. Per portare un esempio, si può pensare alla “macchia cieca” presente nel nostro campo visivo, che consiste in una zona della nostra retina sprovvista di cellule recettrici, per cui uno stimolo presentato in quello specifico punto della nostra retina non viene visto. Il problema però non è solo che non vediamo, ma che non vediamo che non vediamo (non ne saremmo consapevoli se non facessimo specifici esperimenti!). Questo è un problema di secondo ordine, perlopiù trascurato nella spiegazione ortodossa dei neurofisiologi; il fatto di trascurare questo problema è un altro fenomeno di macchia cieca, però di tipo cognitivo. Introducendo concetti di secondo ordine che contengono negazioni, von Foester vuole mostrare la loro struttura logica fuori dal comune. In questo caso la doppia negazione non porta a una affermazione: non vedere che non si vede non significa vedere! Von Foester porta anche interessanti esempi di concetti dotati di uno schema logico di tipo affermativo, per esempio quello di scopo: se viene considerato un concetto di primo ordine possiamo parlare di qualcosa che “ha uno scopo”, ma se lo consideriamo di secondo ordine possiamo chiederci “qual è lo scopo dello scopo?”. Ossia, perché abbiamo introdotto la nozione di scopo? Per evitare di prendere in considerazione traiettorie variabili e imprevedibili raggiungendo invece uno stato più o meno invariante, il fine, il “telos”. Prestando attenzione alla natura autologica dello scopo slittiamo da “qualcosa” –ciò che è osservato- a “qualcuno”, a chi usa questo termine e cioè all’osservatore.

 

Interessante il riferimento al linguaggio: “che cos’è il linguaggio?” Ma per rispondere a questa domanda abbiamo bisogno del linguaggio, e ne abbiamo bisogno anche per porci questa domanda sul linguaggio.

 

“Se dunque non conoscevamo la risposta, come abbiamo potuto porre in primo luogo la domanda? E se davvero non la conoscevamo, che tipo di risposta sarà una risposta che risponde a se stessa?” (von Foester, 1981). Quest’esempio mostra chiaramente il vincolo logico implicito in ogni definizione di linguaggio, la sua natura autologica. Da questi esempi emerge sia la posizione di von Foester, che rifiuta la fuga in metadomìni o metalinguaggi, che ha la caratteristica essenziale dei concetti che possono essere applicati a se stessi, che è quella di “chiusura”, che consiste nel fatto che la fine di un dominio debba coincidere con l’inizio.

 

Se consideriamo la frase: “questa frase ha ….. lettere”, e vogliamo trovare un numero il cui nome, scritto in lettere e inserito nello spazio vuoto, renda la frase consistente, vediamo che possono soddisfare questa condizione solo pochi numeri, chiamati “autovalori” (eigenvalues), termine usato per la prima volta all’inizio del secolo dal matematico David Hilbert che lo utilizzò discutendo la soluzione dei problemi caratterizzati da una struttura logica simile a quella qui esposta.

 

Von Foester usa per la prima volta la “parola magica” eigen-value nel 1976, non tanto tentando di definirne il significato, quanto proponendo l’idea secondo la quale “in un’epistemologia che include l’osservatore (circolare, chiusa), gli oggetti appaiono come “segno di comportamenti stabili” (oppure, per usare la terminologia delle funzioni ricorsive, “testimonianza di funzioni Eigen”)”. Sluzki (1995), mostrando come la funzione di eigen-value, originariamente proposta per formulare i punti fissi e stabili dei processi di auto-organizzazione, possa essere utilizzata per analizzare i sistemi conversazionali e possa essere di fatto considerata al centro del processo di creazione del consenso, ci aiuta ad applicare il concetto di eigen-value alla terapia, evidenziando come certe storie, che contengono e stabilizzano problemi personali e interpersonali impedendo storie alternative che potrebbero comportare descrizioni non-problematiche o soluzioni a tali problemi, vengano mantenute dalla coerenza interna di tutti i loro componenti, dall’armonia delle loro parti; di fatto, quelle storie sono alloggiate o intrappolate in un eigen-value, come lo sono d'altronde tutte le storie, problematiche o no, con la differenza che nelle storie che ci sono portate dai nostri clienti vi sono conseguenze o aspetti che le persone ci chiedono di cambiare. E allora il terapista intraprende il processo con cui facilita la trasformazione delle storie. Prende posizione in modo da prendere parte all’avvenimento, e diventare membro della rete di persone che parlano di quella storia in un determinato modo, di com-prendere il suo attuale significato. Progressivamente non solo destabilizza la vecchia storia, ma influenza la conversazione a muoversi verso storie alternative possibili, che possano favorire l’autonomia e la crescita, l’azione e l’esplorazione, il rispetto e il sostegno reciproco, mettendo tutti i partecipanti in posizioni più favorevoli in termini di responsabilità. Quando una storia diventa instabile richiede stabilità, cerca nuove configurazioni, nuovi adattamenti e incorporerà più facilmente quei nuovi elementi che le permetteranno di orbitare intorno a un nuovo eigen-value, nei limiti di una coerenza dei possibili eigen-value di una storia, espressioni delle risonanze tanto delle specifiche storie micro-culturali e familiari quanto delle storie collettive dominanti che si evolvono lentamente e che pervadono la macro-cultura entro cui avviene la conversazione (White, 1992).

 

Von Foester ha spianato la strada per assistere alle conseguenze della riflessività; l’introduzione dell’anello auto riflessivo, collocato entro la sua comprensione-della-comprensione, ci porta a cogliere come si crea il significato: “la comprensione è un processo sociale” (Sluzki, 1995).

 

Riguardo la comprensione, von Foester (1985)fa un’erudita elucubrazione sull’etimologia delle parole epistemology, understanding e Verstehen. Il vocabolario definisce la parola “epistemologia” come “l’indagine critica intorno alla forma o struttura logica della scienza”. La lingua greca utilizza varie parole per indicare la conoscenza, con differenti sfumature di significato: gnosis si riferisce all’acquisizione della conoscenza attraverso processi cognitivi e propone quel processo inquisitivo che porta gli esseri umani, come sostiene Aristotele, a ricercare la conoscenza come fatto intrinseco alla loro natura. La parola praxis indica l’acquisizione della conoscenza attraverso l’azione, mentre epistamai significa propriamente diventare capaci in un’azione. Von Foester che ci ricorda che epistemologia è composta da un prefisso epì che significa “su, sopra” e da istemi che significa “stare”, quindi potrebbe essere giustamente tradotta con “stare sopra, stare in posizione più elevata”, posizione interessante tanto più che gli anglofoni preferiscono understand, “stare sotto”. Successivamente von Foester notò che la parola tedesca per descrivere l’operazione del comprendere, Verstehen, è composta dal prefisso ver che significa cambiamento, perdita, rovesciamento e dalla parola stehen, “stare”, quindi propose che una traduzione letterale di tale parola possa essere “non-stare”. Stare in posizione elevata, stare sotto e non stare sono concetti che contribuiscono a porre il soggetto in una posizione meta, di osservazione ricorsiva, spostandolo da dove sta, e dandogli così un vantaggioso punto d’osservazione dal quale abbracciare il soggetto come un tutto. Nella stessa relazione von Foester rilevò come epistemologia fosse usualmente concepita come “teoria della conoscenza” e la ritradusse rapidamente in “teoria della comprensione” e, dato che le teorie apportano comprensione, in “comprensione della comprensione” (understanding understanding). Distinguere rispetto ad ogni conoscenza, teoria o azione, la struttura del contenuto, ciò che il soggetto è in grado di fare (sia praticamente che rappresentativamente) da ciò che teorizza per spiegare le proprie azioni e rappresentazioni è un’operazione epistemologica.

 

Varie sono state le metafore che hanno rappresentato il funzionamento degli individui e il loro rapporto con il sapere: la macchina a vapore, il computer, il centralino telefonico. Piaget ha spiegato, nei suoi studi sull’acquisizione delle capacità cognitive dell’infanzia, che l’età è una discriminante nel differenziare i differenti approcci alla conoscenza; sappiamo che un’altra variabile predominante è il clima culturale che si respira e che determina le metafore prescelte. Molte sono le teorie esplicative per parlare della conoscenza; possiamo pensare al mito della caverna, in cui Platone descrive dei soggetti passivi, legati all’interno della caverna, che non possono che leggere sulla parete di fronte a loro i riflessi di oggetti reali che si muovono all’esterno. Tali immagini, di seconda mano, vengono interpretate da individui totalmente estranei e separati da ciò che accade nel mondo “reale”. Una seconda metafora ripropone l’esperimento di Piaget delle tre montagne; in esso a bambini di diverse età viene presentato un plastico in cui sono tridimensionalmente rappresentate tre montagne di diverse altezze, con una casetta, una croce e dell’erba che le differenziano. Ai bambini viene chiesto di descrivere ciò che hanno visto; di nuovo l’interazione è con un mondo di “oggetti reali” esterno e separato dall’osservatore, il quale offrirà rappresentazioni del plastico diverso a seconda delle età, delle proprie strutture cognitive e della posizione che assumerà nello spazio. Ancora possiamo pensare alla metafora della scatola delle ombre: dietro alcuni pannelli illuminati si muovono delle figure umane che danzano e si muovono mentre il pubblico a sua volta si muove attorno al parallelepipedo che contiene i danzatori e riceve stimoli differenti a seconda della posizione, le mosse nella danza e la luce. La danza rituale esemplifica un rapporto costruttivo in cui un osservatore attivo crea e costruisce oggetti diversi a seconda delle propie azioni e interpretazioni, e costruisce oggetti differenti da quelli all’interno della scatola (Fabbri e Munari, 1984).

 

 

 

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